Mario Comensoli

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x x Cinema e mondo giovanile
Un’ intervista di Sara Ottaviani di Rete due a Pietro Bellasi , curatore della mostra di Casa Rusca a Locarno
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x Pietro Bellasi, lei non si definisce critico d’ arte ma un sociologo dell’arte. In questa veste cosa significa curare una mostra di Mario Comensoli che lei stesso ha definito “un vero radar sociale”?

Curare una mostra di Mario Comensoli da sociologo rappresenta anche un pericolo, quello di fare di Comensoli un illustratore di eventi sociali , che non corrisponde al vero. Evidentemente Mario Comensoli partecipava con grande entusiasmo e con tutta la sua vita , in modo esistenziale, a ciò che avveniva nel sociale: dalla venuta degli operai italiani in Svizzera, ai loro problemi, alle loro difficoltà , allo snobismo della società zurighese, ai moti del 68 e alla contestazione dei giovani zurighesi negli anni Ottanta. Non vi ha partecipato però come illustratore: Comensoli non è certo un documentarista di queste cose . Magari un sociologo corre il rischio di vedere soltanto le illustrazioni di una situazione sociale, ma questo non è certamente il mio caso: Mario Comensoli si rivela infatti un grande pittore il quale desume dai problemi, dal sociale non soltanto i soggetti , gli oggetti del sociale, ma anche il suo stile. Il suo stile in realtà muta con il mutare degli eventi sociali.

Infatti nel periodo dei lavoratori in blu dove racconta le vicende degli immigra, la sua pittura è massiccia, possente, costruita; poi dopo avere affrontato i miti del 68 con uno spirito ironico e dissacrante il suo stile diventa quasi cartellonistico, per poi modificare il registro quando tocca il problema dei giovani …

Orientando la sua pittura sui giovani, passando attraverso le sale cinematografiche dove vi lavorano i ragazzi in livrea, a poco a poco la sua pittura diventa più epidermica, più fragile . E’ una pittura che assomiglia molto alla proiezione cinematografica e che sembra sottintendere tutti il mondo dei fantasmi catodici dei nostri giorni. Siamo al cospetto tuttavia del mondo dei giovani, un mondo forte, violento, estremamente contradditorio e dunque anche tenero e fragile. Il risultato pittorico è di grande qualità: gli sfondi a poco a poco scompaiono, scompaiono le prospettive, ci si avvia già verso l’universo dei “no future”, dei senza futuro.

Ha già toccato quelli che sono i temi centrali della mostra, i giovani e il cinema. Ma il cinema in fondo non c’è, c’è piuttosto il suo retroscena…

Esattamente . Noi potremmo pensare che il cinema , cioè la finzione cinematografica sia la protagonista e che i giovani siano lì a farsi affascinare dal divismo, dalla finzione scenica . Niente affatto. Il cinema è il mondo dei cinematografi. Diciamo meglio: se da una parte sta il cinema come spettacolo della società e dall’altra la società, nel mezzo ci sono questi giovani che per Comensoli sono i veri protagonisti della recita.
Creando questa pittura e illustrando gli ambienti delle sale cinematografiche Comensoli coglie una specie di faglia, di crepa che è a metà strada tra la società e il suo spettacolo cioè il cinema. Ed è qui che i giovani costruiscono la loro piccola ragnatela.

Un mondo giovanile che poi vedremo affievolirsi nei colori e nei suoi tratti distintivi, destinato com’è a scomparire. Una pittura volutamente spiacevole, provocatoria, che vuole lanciare un messaggio. L’arte di Comensoli -come lei ha detto inaugurando la mostra- smuove l’ indifferenza, da lei definita il vero male del mondo d’oggi.

L’arte deve soprattutto prestarsi all’interpretazione. Un’arte piacevole, amena, ben finita è un’arte che ottunde l’interpretazione. Noi sappiamo che l’ arte, soprattutto la pittura, inizia con una interpretazione da parte dell’ artista e finisce con una interpretazione. L’interpretazione è libertà. L’artista compie, fornisce, realizza, vive l’interpretazione come il massimo della libertà e richiede al pubblico il massimo della libertà per la sua interpretazione. Comensoli strappa la pittura anche piacevole di quegli anni alla sua interpretazione e rilancia una pittura ostile, aggressiva, sicuramente spiacevole cercando di svegliare il pubblico sulla libertà dell’interpretazione.

L’ empatia di Comensoli con i suoi soggetti è tale che egli stesso sembra scomparire, sfumando tratti e colori in una atmosfera, quella del suo ultimo periodo, caratterizzata dall’ amarezza e dalle speranze infrante

Certamente. Comensoli vede la tragica sconfitta dei giovani del Letten, vittime della droga e a questo punto
–direi- non ha più ragione di esistere. Scompare con il suo mondo , il mondo dei giovani , scompare nel “non futuro” dei punk, non resiste a questa sconfitta del mondo giovanile anche se –guardando bene- il mondo giovanile non ha mai pensato di vincere qualche cosa, di dominare qualche cosa, ma di insinuare nel sociale un sospetto.
Insinuare il colophon del dubbio, il dubbio che scavi nelle nostre certezze di vecchi incrostati e incalliti. Quando Comensoli vede che questo non può accadere, vede la sconfitta tragica dei giovani del Letten, vittime della droga, a questo punto ,direi, non ha più ragione di esistere.

Infatti nei suoi quadri non c’è più prospettiva, soltanto la piattezza grigia della quotidianità.

Se pensiamo alle sue opere che negli anni Cinquanta rappresentavano operai italiani monumentali, che arrivavano qui carichi di forza non soltanto fisica ma anche ideale, che avevano basi sociali sane in grado di accogliere ideologie e progetti, qui assistiamo a un affievolirsi delle figure, ridotte ormai a uno stato larvale. In alcuni quadri vi è per esempio la logica del precipitare come in “Maspalomas” o come quelle figure di neonati portati da un carrello da supermercato che vengono rovesciati in una botola : “ Sans avenir”è il titolo di quell’ opera . Una fine non senza speranza ma molto tragica, che propone a tutti noi interrogativi estremamente inquietanti.
 

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